C’era una volta la Turchia

Istanbul

C’era una volta la Turchia, pochi mesi prima delle prime manifestazioni contro il governo di Erdogan. Marzo 2013. C’era una volta Istanbul e c’era una volta Piazza Taksim, in cui al massimo urla e grida erano per la vittoria del Galatasaray.

A Istanbul, a differenza di quanto succede nelle città occidentali con le vestigia dei grandi imperi del passato, i monumenti storici non sono reliquie protette ed esposte come in un museo, opere di cui ci si vanta con orgoglio. Qui le rovine convivono con la città. Ed è questo ad affascinare viaggiatori e scrittori di viaggi.”

C’era la triste Istanbul di Pamuk, dai vicoli fatiscenti e poco illuminati, le ville di legno sul Bosforo e c’era la mia. La mia era colorata, come tutte le stoffe del Grand Bazar.

La mia era caotica e invadente, a causa di  tutti i venditori che cercavano di vendere l’invendibile e per tutti quelli che cercavano di invitarmi nel loro ristorante.

La mia Istanbul puzzava di pesce e i gabbiani si libravano sul Ponte del Bosforo.

Profumava di fichi, frutta secca e miele, per giungere ad una confusione ed estasi dei sensi per le innumerevoli spezie del Mercato Egiziano.

Grand Bazar di Istanbul. © Dieter Titz

La colazione era a base di çay e baklava. A Pranzo, Ciorbă e a cena Ottoman Kebab.

Partendo da Beşiktaş, Ortaköy mi aspettava con le sue kumpir (patata arrostita e farcita con ciò che volete).

C’era da meravigliarsi per quanto fosse grande il letto del sultano nel Topkapi Palace, non di quanti morti si contassero per le strade.

Il posto in cui ho provato la massima vicinanza con la mia religiositá è stato nell’Ayasofya Müzesie non c’era paura nello stare accanto ai fratelli Musulmani.

Hagia Sophia. © fusion-of-horizons

Continuavo a chiedermi chi fosse quell’uomo che mi perseguitava in qualunque luogo pubblico, casa, edificio: Ataturk, il fondatore della Turchia moderna.

C’era una volta la Turchia e c’era Bilecik. Ho camminato per le sue strade, calpestando anni di storia e civiltá, terra in cui fu fondato l’Impero Ottomano. Gentilezza e bellezza mi hanno accolto e non potró mai dimenticarlo. Ho fumato narghilé a piedi scalzi, in un posto in cui le celebritá in mostra sulle pareti erano tutti i sultani che questo popolo ha avuto.

C’era una volta Eskişehir e gli studenti universitari felici, tutti riuniti nel
Varuna Gezgin – Café del mundo, dove si ordinava da bere mostrando il passaporto e giocando con la Tavla.

Era sera e l’aria del Bosforo colpiva intensamente. L’areoporto Sabiha Gokcen di Istanbul era sul lato Asiatico. Polmoni aperti e pronti a riempirsi di tutto lo iodio del mare. Dopo aver raggiunto Kadikoy in autobus, il traghetto per Eminönü é diretto al centro cittá. Da lontano si intravedeva Palazzo Topkapi e ad ogni moschea, speravo sempre fosse la Moschea Blu. Era la prima volta che stavo per toccare terra turca.Quando vidi quel signore dalla pelle scura, con i solchi del sole e mi offrí un bicchierino metallico con del té, capí che non c’era piú scampo.

Il mal di Turchia non mi ha mai abbandonato.

“PRATICATE GENTILEZZA A CASACCIO E ATTI DI BELLEZZA PRIVI DI SENSO”

Questo è il mio sentimento verso una terra che da un pò di tempo a questa parte, non splende con l’intensità, che normalmente le appartiene.

Istanbul al tramonto. ©Didier Baertschiger

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