Barcellona: le cose che amo

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Nell’ articolo precedente su Barcellona, raccontavo dei motivi che mi hanno spinto a lasciare questa contraddittoria città.

Ma Barcellona non ti ho dimenticata, non sarebbe possibile.

“Quando si dorme all’aperto ci si sveglia sempre all’alba, e non c’è un caffè a Barcellona che si apra molto prima delle nove.” (George Orwell)

Barcellona sei meravigliosa alle sei del mattino d’estate, quando le prime luci dell’alba rischiarano le tue strade silenziose, mentre la gente torna a casa dalla festa.

Mi manca bere lattine di birra in Plaza del Sol e ascoltare musica dei ragazzi di strada, tutti seduti per terra, come se facessimo parte di un unico grande gruppo senza neanche conoscerci.

Mi manca passeggiare tra le vie di Gracia, alla scoperta di baretti nascosti e librerie, cercando di immaginarne il passato indipendentista.

Gli appuntamenti erano nella piazzetta con la torre dell’orologio a Plaça Rius i Taulet. Nell’attesa, ero sempre pronta a schivare qualche pallonata dei bambini, con le loro partite di calcio improvvisate in strada.

Tra tutte le napolitane e croissant provati in giro, i migliori restano quelli del Cafè Bristol in Roger de Flor.

Mi manca Plaça Sant Felip Neri nel barrio gotico, un posto magico e segreto, decadente e suggestivo, quasi come se il tempo si fosse fermato e fosse un’altra Barcellona.

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Plaça Sant Felip Neri ©Raúl Hidalga

Riuscire ad orientarmi tra le viuzze antiche della città era sempre un’impresa, fino a quando l’istinto mi riportava sempre di fronte la chiesa di Santa Maria del Mar, la più bella tra le chiese.

Alla fine della giornata lavorativa, la linea lilla mi portava fino a Badalona, per fare un bagno lontano dai turisti che affollavano la Barceloneta.

Mi manca il Park Guell, le facce dei suo ritrattisti e del suonatore di Hang. Mi manca salire in cima alle tre croci e vedere tutta Barcellona dall’alto al tramonto.

Ogni mattina prima di prendere la metro per andare a lavorare, ammiravo Casa Battlò e al ritorno, avevo sempre voglia di passare dalla Boqueria per avere un frullato di frutta fresca.

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Boqueria © Nicola Albertini

Mi manca il Raval, che tra autenticità e ambiguità, nascondeva angoli preziosi per il viaggiatore. Il fatto di essere oggi, un quartiere multietnico e un tempo, covo di intellettuali e artisti, ha sempre esercitato su di me un’aurea di curiosità e interesse.

Un saluto al grosso gatto di Botero sulla Rambla del Raval, deviazione in Sant Pau, al Bar Marsella (si quello dove andavano Hemingway, Picasso, Dalì e Gaudì) e poi tagliando per Carrer de Sant Ramon, mi dirigevo all’incantevole Palau Guell.

Mi manca il vermut fatto in casa del Bar Mariatchi e la speranza che mi accompagnava ogni volta di incontrare Manu chao.

Mi manca arrivare alla fine delle Ramblas e fermarmi di fronte la statua di Cristoforo Colombo: l’America è da tutt’altra parte! Poi mi diregevo verso destra per salire a piedi fino a Montjuic, dove piano piano i rumori si attenuano e la città sembra un po’ più lontana.

L’ultimo ricordo è lo skyline della città dal Bunker del Carmel. Arrivata fino in cima, iniziai a ripensare a tutte le cose fatte in questa città e a quelle che avrei voluto fare, se invece di andar via fossi rimasta.

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Bunker del Carmel © Steffen.r

Ho lasciato Barcellona a fine luglio perché in quel momento non era la città adatta a me.

Tuttavia, tutte le esperienze e le emozioni, positive e negative che questa città mi ha trasmetto, hanno comunque creato in me un sentimento di nostalgia e la voglia di tornarci un giorno.

Magari, ci concederemo un’altra possibilità.

“Barcellona ti entra nel sangue e ti ruba l’anima”. (Carlos Ruiz Zafón)

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